
Immersa nelle acque limpide ma ufficialmente non balneabili del lago da cui prende il nome, Cecita respira a pieni polmoni sentendosi viva veramente forse per la prima volta nella sua giovane (ma non così giovane) vita. Il riverbero del sole di giugno sulla superficie dell’acqua le fa socchiudere gli occhi che, ciononostante, sembrano in grado di percepire tutte delle sfumature di colore che non aveva mai pensato potessero esistere. La pelle dorata delle sue spalle brucia implorando una pausa, ma Cecita registra quella sensazione di sfuggita, non c’è bisogno di darle molto peso. L’espansione dei suoi sensi trascende i confini del suo corpo fisico. L’isolotto sabbioso che riempie i suoi occhi la incanta con quei buffi pini scuri dall’aria alpina, così fuori luogo in quel pezzo di lago dalla sabbia bianchissima e dalle acque turchesi. Dopo aver camminato per un tempo impossibile da definire lungo tutto il tratto di costa che i suoi piedi nudi e morbidi da cittadina hanno potuto seguire, perdendosi incantata nella contemplazione di ogni incongruenza di quel lago fatato, Cecita ha deciso che era arrivato il momento di esplorare la piccola isola. L’acqua fresca le solletica la pancia e fa venire la pelle d’oca, le si avvinghia alle gambe. Ritrae le braccia serrandosele inconsciamente al petto nudo, ma, gli occhi incollati alla sua meta, avanza lenta e inesorabile nel lago che degrada dolcemente. Il suo fondo melmoso non la disturba minimamente. Finalmente si immerge, i suoi lunghissimi capelli ramati che rimangono per un istante infinito sparsi sulla superficie dell’acqua, senza corpo né peso. Poi spariscono anch’essi senza lasciare traccia.
Era la prima volta in vent’anni che Cecita tornava in Calabria, tornava nella terra aspra e selvatica di cui per un breve periodo i suoi genitori si erano innamorati, dove l’avevano portata a trascorrere lunghe estati durante i suoi primissimi anni di vita. Sprovvista di fratelli e sorelle, assurdamente silenziosa e introversa da sempre, quei mesi estivi erano per Cecita un sogno. Affidata alle distratte cure della tata di turno, poteva finalmente trascorrere da sola la maggior parte del suo tempo, persa in fantasticherie senza fine che si allontanavano sempre di più dalla sua realtà, portandola via. Quando i genitori tornavano dalla città, un fine settimana sì e uno no, se la portavano dietro in passeggiate nei boschi di cui serbava stralci di ricordi tanto brevi quanto sereni – il ritmo regolare dei passi di suo padre che la portava in spalla in uno zainetto da cui le sue piccole gambette paffute penzolavano piacevolmente; il profumo delle polpette di melanzane e dei panini con la frittata che sua madre preparava e impacchettava scrupolosamente con gesti che da grande Cecita capirà essere intrisi di una cura per cui non c’erano le parole; le mani salde di entrambi i genitori che la sostenevano sotto le ascelle durante i primi bagni al mare o nei bei laghi della Sila; il corpo di sua madre, profumato di crema solare e sudore, che la portava in braccio, semiaddormentata, dalla macchina al suo lettino al termine di quelle lunghe giornate errabonde.
Al termine di questi weekend silenziosi e serrati, scanditi da ritmi adulti che non poteva e neanche le importava capire, i genitori ripartivano alla volta della Città Eterna dove si trasformavano, Cecita lo intuiva già, in esseri completamente diversi da quelli di cui amavano indossare i panni quando erano in Calabria. Ancora oggi, il corpo in dolce lotta con le acque del suo lago, non saprebbe dire quale delle due parti che sembravano comporre i suoi genitori era stata una recita e quale un’espressione sincera di sé. Forse, le balena in testa di sfuggita per la prima volta in assoluto, erano un po’ di tutte e due.
Riemergendo con un grande respiro a pieni polmoni, Cecita nota con disappunto che l’isolotto è ancora ben lontano, e subito dopo viene attraversata da un lieve brivido. L’acqua del lago sembra volerla trattenere a sé con un po’ troppa insistenza, il suo freddo abbraccio è di colpo quasi viscido, e decisamente troppo pieno di vita. Non vuole guardare in basso, le torna in mente l’illustrazione di un libro che leggeva da bambina in cui si vede un enorme pescione preistorico sotto il pelo dell’acqua di qualche lago, grottescamente fuori scala. Sente il cuore batterle forte in gola, e comincia a nuotare con più forza per raggiungere la sua meta, per sottrarsi a quelle acque scivolose e traditrici che aveva pensato parte di sé, più in fretta possibile.
Aveva cinque o sei anni, era l’ultima estate che avrebbe trascorso in Sila. La sua baby sitter era la stessa ragazza dell’anno precedente, con cui si era apparentemente trovata così bene che i genitori avevano deciso di assicurarsela di nuovo garantendole un discreto aumento sulla paga. Era una bella ragazza di Cosenza sui venticinque anni di nome Alessandra, con enormi occhi neri e un naso acquilino fiero quanto la postura della sua forte schiena. Studiava Architettura alla più antica università della Città, ed era stata questa coincidenza a farla trovare ai genitori di Cecita, i quali avevano stretti rapporti con la facoltà. Gli piaceva anche l’idea di avere rapporti, per quanto economicamente vincolati, con una nativa di quelle terre selvagge che tanto li affascinavano. Persone tanto colte quanto poco politicizzate, i due non si resero mai conto della natura predatoria, quasi coloniale, della loro esoticizzante passione per la Calabria. E Alessandra non si salvava da questa passione, anzi, il suo essere una creatura umana in carne e ossa, e femmina per di più, la rendeva l’oggetto perfetto di un amore tanto bruciante quanto miope e superficiale. Cecita non poteva ricordarselo, ma i commenti e i discorsi della benestante coppia che la assumeva per badare ad una figlia per la quale non avevano essi stessi tempo, la facevano spesso arrossire fino alla radice dei folti capelli d’ebano. (Probabilmente i genitori di Cecita presero questo rossore sempre per timidezza o, peggio, semplicità meridionale in reverenziale imbarazzo davanti alla raffinata superiorità degli intellettuali di Città.) La bambina, però, nella sua innocenza, per fortuna non si accorgeva di questi momenti di breve ma bruciante disagio (o era rabbia?) della sua adorata tata, ed era sempre felicissima di essere affidata alle sue cure. Alessandra non era certamente una baby sitter esperta, anzi, ma era di una responsabilità d’altri tempi e badava ai bisogni di Cecita con grande semplicità e disinvoltura, rivelandosi una figura parentale molto più stabile e spontanea dei genitori, con tutte le loro letture sulla genitorialità moderna e roba del genere. La tata cosentina si comportava con la bambina con naturalezza, le parlava come avrebbe forse parlato ad una conoscente un po’ scema, con semplicità ma senza moine. La cosa che Cecita amava di più di lei, sebbene fu in grado di razionalizzare tale amore solo molto più tardi, era la perfetta genuinità di ogni sorriso che Alessandra le rivolgeva.
Nei suoi primi cinque anni di vita, gli adulti le avevano già troppo spesso sorriso con falsità, senza la pertecipazione degli occhi e del cuore. Sicuramente, si diceva adesso tra una bracciata nervosa e l’altra, i suoi genitori le avevano sorriso con amore quando era una neonata. Ma ben presto qualcosa era cambiato, così presto che la quasi totalità della sua esperienza in fatto di sorrisi fu plasmata da questa meccanica vuotezza molto a lungo. Intorno ai due o tre anni di vita, Cecita era diventata, in qualche modo, adulta, troppo adulta. I suoi occhi chiari avevano assunto una profondità torbida, imperscrutabile simile a quella del lago dentro il quale ora nuotava col cuore in gola – mettendo ben presto a disagio quasi tutti. E, di conseguenza, il modo in cui le persone si rapportavano a lei rifletteva questo disagio in maniera così trasparente da farle credere di essere irrimediabilmente sbagliata. Da che aveva memoria, Cecita rivolgeva al mondo al di fuori di lei gli stessi sorrisi falsi, avendo subito compreso istintivamente che era quello che il mondo si aspettava da lei. Sii gentile, sii carina e sorridente. Ringrazia il signore, dai un bacio alla signora. Per quanto stonato, questo mondo aveva avuto un suo senso. Almeno fino alla comparsa della corvina Alessandra.

Cecita emerge, tremante, dalle acque di quel lago che adesso non sente più tanto suo, e mentre muove i primi passi sulla fine sabbia bianca dell’anelato isolotto nota che le dita dei suoi piedi sono blu dal freddo. Quanto ha nuotato? Si sente avvolta dalla presenza di Alessandra, non sa bene perché, cosa gliel’abbia riportata così vividamente davanti agli occhi dopo tutti quegli anni. Non ha importanza. I suoi lunghi capelli sono incollati alle spalle e alla schiena come un pesante mantello gelido, e Cecita li raccoglie con un gesto distratto tra le mani e li strizza forte, avvolgendoseli più volte intorno ai polsi. Lentamente il sole ricomincia a scaldarla e solo adesso si rende conto della violenza del tremito del suo corpo. Neanche questo importa davvero, tutto viene registrato in modo lontano, superficiale, e dimenticato immediatamente. Tra la sabbia brillano pietruzze composte da minerali colorati di cui non conosce i nomi, non le interessa affatto, la sua anima è tutt’uno con ogni dettaglio di quella piccola isola su cui finalmente sta incedendo come senza peso, trattenendo il respiro. Come possono quei piccoli pini scuri essere così perfetti, i loro aghi così morbidi e tutti identici tra loro? Come può il sole riflettersi sull’acqua e poi, tremolante, sui tronchi squamosi così meravigliosamente? Le sembra di non aver mai posato lo sguardo su nulla di più bello. Vorrebbe rimanere sull’isolotto per sempre. Siede sulla sabbia, immergendo le dita, le mani, nella sua umidità, e le sembra che respiri insieme a lei. Si perde nella contemplazione di granelli di sabbia dorati e minuscoli incastrati nella lieve peluria altrettanto dorata delle sue braccia abbronzate. Com’è possibile che non mi sia mai accorta di quanto la pelle umana sia simile alla corteccia di un pino?
Le forti braccia di Alessandra si muovevano abili e sicure nella casa che abitava un paio di mesi l’anno, impegnate nell’affascinante e incomprensibile compito di “mandarla avanti”. Ma non la sollevarono mai, né mai, per quanto lei l’avesse desiderato, l’abbracciarono. Cecita le ricorda adesso con particolare vividezza e calore intente a spadellare e affettare, in una danza culinaria che la affascinava ogni sera, o alla guida della sua piccola macchina rossa e squadrata quando la portava con sé ad esplorare l’infinità dell’estate calabrese. Incurante dei dettagli contrattuali che definivano i doveri di Alessandra, Cecita fremeva di gioia e curiosità ogni volta che la sua amata tata le diceva, dai andiamo. Si allacciavano le scarpe entrambe sedute sui gradini della casetta che la famiglia affittava per tutta l’estate, e Cecita sente nelle orecchie come se stesse accadendo in quel preciso istante il tintinnio del mazzo di chiavi che Alessandra faceva immancabilmente roteare con grazia su un dito prima di afferrarle nella mano e chiudere la porta. Seduta sul sedile del passeggero come una grande, Cecita allungava il collo per guardare fuori dal finestrino le interminabili foreste che sfrecciavano intorno a quel piccolo bolide rosso lanciato, in una scia di musica rock sparata al massimo, lungo i tornanti delle stradine silane. Alessandra cantava sempre, anche quando la canzone che la radio trasmetteva la sentiva per la prima volta. Cecita non saprebbe dire se cantasse in un inglese corretto o inventato, quello che sa per certo è che la voce della sua tata era bella quanto lei, e la faceva ridere di gioia. Una volta arrivate al picnic sulla spiaggia o nel bosco, o alla casa di un’amica o un amico che faceva una festa, o alla serata di lettura di poesie che tanto piacevano ad entrambe, Alessandra la liberava dalla cintura e le diceva, non ti staccare mai da me, fai finta di essere la mia ombra, ok?, e le scompigliava i capelli fulvi con un sorriso leggero e dolce sulle labbra color geranio.
Cecita sente una lacrima calda scorrerle sulla guancia, si asciuga al vento caldo prima quasi che lei se ne sia accorta. Non era la prima volta che piangeva, quel giorno, tutta la bellezza che sentiva e vedeva fuori e dentro da sé l’avevano commossa profondamente, i muscoli della gola contratti dolorosamente, il petto bruciante di un groviglio di sentimenti e di un pianto cui non veniva dato il permesso di uscire davvero. Solo qualche lacrima riusciva a sfuggire al suo controllo, e le bagnava le ciglia e a volte arrivava addirittura alle labbra, dove veniva leccata via furtivamente. Ma queste nuove lacrime, le prime lacrime dell’isola, sono diverse. Sta piangendo per la bambina che avrebbe dovuto continuare ad essere, la bambina spensierata e un po’ selvatica che Alessandra le permetteva di diventare. Non è mai più stata così. Quelle due estati, così diverse, erano come le estati avrebbero sempre dovuto essere. Le risate di Alessandra e dei suoi amici, i loro discorsi di cui non capiva nulla ma la cui melodia le faceva vibrare qualcosa dentro, l’odore dei vari tipi di tabacco che fumavano evitando con discrezione di farlo respirare a lei, il luccichio degli occhi dei ragazzi quando guardavano le ragazze, le mani di Alessandra che a un certo punto della serata le infilavano una felpa calda, o la portavano a letto, le rimboccavano le coperte, e poi socchiudevano la porta lasciando sempre filtrare una lama di luce. Cecita era inebriata da quei giovani e dalle loro enigmatiche vite, grata di poter assistervi da una posizione così privilegiata, quella dell’ombra di Alessandra. Non desiderava nulla di più e non avrebbe mai voluto vivere con nulla di meno. I vent’anni che separavano la baby sitter dalla bambina erano solo una misurazione inventata da un mondo che non sembrava avere senso per nessuna delle due. Erano complici, si capivano quasi senza bisogno di parlare, coesistevano con la stessa naturalezza degli uccelli e degli alberi della Sila. La presenza di Cecita non sembrava mai essere un peso per Alessandra, e anche adesso, vent’anni dopo, Cecita sa che la sua percezione era corretta. Quella ragazza faceva dono alla bambina di una onestà talmente naturale e fiera che non poteva che riceverla poi da lei indietro per intero. E ora le calde lacrime di Cecita le dicono che questo insegnamento, antico ed arcano, questa terribile, inebriante comunione di spiriti, l’ha plasmata in modo indelebile; dopo un sonno durato quasi due decadi, sta finalmente tornando alla superficie, avido d’aria come un pescatore di perle.
Poi, chissà perché, l’amore dei genitori per la ruvida Calabria era appassito, l’affitto della casetta nel bosco non era stato rinnovato, e Alessandra era stata separata dalla sua piccola ombra. Cecita fu così di nuovo sola, circondata dai soliti sorrisi finti e da regole che non avevano senso e non potevano essere messe in discussione. Aveva imparato a nascondere la profondità inquisitoria dei suoi occhi dietro un velo, ripreso con diligenza lo studio dell’arte del mimetismo. Aveva cancellato con un severo colpo di spugna la faccia di Alessandra dal suo cuore, cancellato ogni ricordo associato a lei, e quello che rimaneva della sua infanzia calabrese erano la manciata di frammenti sereni delle passeggiate e dei picnic con i genitori. Era diventata abilissima a passare per una ragazzina normale senza che nessuno si accorgesse che in realtà era solo un’ombra recisa. Così abile che aveva cominciato a crederci anche lei stessa. Insieme ad Alessandra e ai suoi fiammanti occhi neri, Cecita aveva seppellito una parte di sé che emergeva solo nei sogni, ribellandosi con maggior forza con ogni anno che passava, mostrandosi sotto forma di angosce oniriche da manuale.

Le acque del lago hanno aperto la soffitta dentro la quale Cecita ha nascosto per anni così tanti ricordi da averla resa inagibile. Adesso si riversano fuori come se volessero ringraziare il lago per aver restituito loro l’agognata libertà, sembrano voler innalzare il livello di quelle acque magiche, non finiscono più. Alessandra che balla intorno al fuoco con le sue amiche, i cani randagi che andavano a trovare insieme ogni giorno, la pasta frolla che impastavano sul piano di marmo del tavolo della cucina preparando crostate come non ne avrebbe mai più gustate, i tramonti sul mare, le poesie che declamavano ad alta voce insieme ridendo forte. Ma anche i silenziosi pianti notturni della madre in cucina, per troppi anni, prima della sua radicale fuga da un matrimonio infelice, e i silenzi di suo padre negli anni successivi, la sua graduale perdita di interesse per la figlia e per la vita. La ragazzina bionda che le posava la testa sulla ginocchia chiedendole di carezzarle i capelli, mentre guardavano la tv insieme, e che non ebbe mai il coraggio di baciare. I gesti di affetto sincero che la sua amichetta-tiranna degli anni delle medie le rivolgeva, quando non c’era nessuno intorno. Il turbamento e la vergogna davanti ai primi porno, guardati insieme a lei, su un canale tv che non ebbe mai più il coraggio di cercare ma che plasmò per sempre la sua idea di sesso tra donne. La solitudine. Le domande inespresse. Le risposte cercate nei libri. Le lacrime mai versate. Il primo rapporto sessuale, senza consenso né piacere. Il grumo nero nel petto che continuava a crescere anno dopo anno, a scavarle dentro, riducendo l’ampiezza dei suoi respiri. Il punto di vista sulla sua vita che si spostava inesorabilmente dall’interno all’esterno. Spettatrice di se stessa. Oggetto passivo. La fitta gelida quando scoprì che il lago da cui prendeva il nome era un bacino artificiale le cui acque erano utilizzate per irrigare la famosa patata della Sila.
Sdraiata sulla fine sabbia bianca dell’isolotto, le mani incrociate dietro la testa, Cecita guarda le nuvole, esausta e svuotata dal lungo pianto. Dai ruggiti di rabbia e dolore che le sono finalmente scappati dal petto. Si sente secca come un’uvetta, e allo stesso tempo rinata. La sua pelle amplifica ogni sensazione, registra ogni cosa. Il vento che le sfiora con tocco cangiante il viso, la pancia, le cosce. La sabbia pulsante di vita sotto le spalle e le natiche. L’acqua che le carezza i piedi. Le guance bagnate di lacrime che si asciugano piacevolmente al sole. Si sente parte di tutto. L’effetto dell’acido che ha ingoiato al tramonto della sua vecchia vita sta lentamente scemando, facendola rientrare gradualmente e dolcemente nel suo corpo. Si sente parte, viva e degna di esserlo, di questo meraviglioso e commovente tutto.
Si solleva sui gomiti e, schermandosi gli occhi stanchi con una mano (com’è improvvisamente basso il sole!), scruta la riva del lago, lontana. L’idea di affrontare la traversata non la spaventa perché lì, ovviamente seduto su una bella roccia, c’è il ragazzo la cui mano le ha posato il cartoncino sulla lingua, il ragazzo che l’ha convinta a tornare in Calabria dopo tutti questi anni, sulle tracce di un passato di cui intuiva la distanza. La prima persona dai tempi di Alessandra che le ha sorriso con gli occhi, incominciando a svelarla a se stessa.

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